Diario di un essere umano

La città è frenetica in questi giorni, d’altronde si sa, quando cala la prima nebbia d’inverno, tutto rallenta, si assopisce e se poi seguono le piogge, nelle pozzanghere si specchia un mondo che prova a correre, ma resta impantanato e inciampa in sé stesso. Ognuno cammina sul proprio binario, con la propria meta di giornata, rivestito da un impermeabile di indifferenza, che lo protegge dalla pioggia di dolore che cade dalle nubi della quotidianità umana. In questo caos entropico provo anche io a percorrere il mio binario. Mi chiedo se sia giusto che la mia vita si incroci con quella degli altri soltanto per chiedere scusa di un involontario pestone o per ringraziare per una porta tenuta aperta. Ci si guarda per un attimo negli occhi, ci si ferma sul proprio binario e poi si prosegue, senza ricordare nulla dell’incrocio appena avvenuto. Mi chiedo se sia giusto che di chi ci cammina accanto ci importi poco o nulla, ma d’altronde mi giustifico e mi dico che non potrebbe essere altrimenti. In fondo è così difficile superare le proprie difficoltà che credo sia impossibile farsi carico dei problemi altrui. Non frodo, non ammazzo per interesse personale, non sfrutto o sottometto il prossimo e per quante se ne sentono in giro, la mia coscienza mi suggerisce che sono quasi una bella persona.

Poi ci rifletto meglio e mi accorgo che è difficile definirmi una bella persona. Sono, piuttosto, una persona normale, mettiamola così. Esiste chi quotidianamente si prodiga per il prossimo e quelle le possiamo inserire nel novero delle brave persone. Poi chiedo a me stesso e a Dio, dove potrei trovare la forza di essere per gli altri e non solo per me stesso. Il fatto è che aiutare una persona significa uscire dal proprio binario, rompere quel velo che ti fa chiamare il prossimo estraneo, annullare i pregiudizi, rischiare e avere il coraggio di conoscere. Non è affatto una cosa semplice e non è una cosa per tutti. Mi dico che anche pilotare una nave spaziale sarebbe davvero eccitante, ma non tutti ne sono capaci, non tutti possono essere in grado di fare tutto. Allora, forse, sono semplicemente inadatto al contatto col prossimo. Sono timido, impacciato, figuriamoci se posso interagire con uno sconosciuto e per di più aiutarlo.

Che confusione che ho nella testa, perché a pensarci bene quando mi si pone innanzi l’occasione io sono bravo ad aiutare. Ma sì, andavo a comprare da mangiare per un povero uomo vestito di stracci. L’altro giorno ho aiutato due ragazze straniere a chiamare un taxi e ho persino intrattenuto un discorso sull’Africa con un venditore ambulante. Ah e poi raccolgo sempre gli oggetti che cadono a terra alle persone, non tutti lo fanno, immagino. Può bastare per essere una brava persona? Non ho mai fatto volontariato però…anzi aspetta! Una volta ho preso parte a una colletta alimentare. E allora? Insomma, sono definibile o no una brava persona?? Forse lo sarò quando smetterò di chiedermelo, quando agiró per il puro istinto del bene, scisso da quella frenetica voglia di sentirsi compiaciuto delle proprie azioni. Forse non lo sarò mai, forse lo sarò per pochi, forse.

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La tela del ragno

Margareth aveva una vita piena di esigibili miglioramenti, ma aveva l’abitudine di lamentarsi dei proprio problemi, costruendoci intorno un’enorme aura di preoccupazioni ed inutili ansie. 

Quel giorno passeggiava con la sua amica Clara nel parco della città. Aveva in volto i sorrisi finti di chi simula una soddisfazione fin troppo esagerata da sembrar vera. Proprio mentre stava per sfoderare uno dei suoi sorrisi migliori, immerse la propria faccia in un’invisibile ragnatela, sagacemente tessuta tra due rami di alberi adiacenti. Dopo un urlo inpregnato di disappunto, iniziò a muovere confusamente le mani sul volto, per tirar via quella fitta tela dal naso. 

-Non me ne va mai bene una!- esclamò e il suo debole castello di carte della gioia inizió a scricchiolare, sotto il peso della falsità, finché non esplose e sbottó:

-Non è vero che sono felice, Clara, non è vero! Lo so, ho un marito splendido e due bambini meravigliosi, ma la vita da casalinga mi umilia. Ho gettato i miei studi al vento, i miei sogni e sono perennemente insoddisfatta-

-Mi dispiace…avresti potuto parlarmene prima-

-È difficile ammettere i propri fallimenti. La vita è un po’ come quella dannata ragnatela, vile e codarda, invisibile e pericolosa, attanaglia tutti i sogni che sono in volo, li blocca lì e li lascia irrealizzati. Lì muoiono e con loro la persona che li portava con sé-

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Con fare risoluto Clara rispose immediatamente: 

-Hai ragione sai, Margareth, ognuno di noi ha la sua ragnatela, chi con una trama fitta, chi con una larga e debole, tanto da far passare tutti i propri sogni, o quasi. C’è una cosa che dimentichiamo però-

-Cosa?-

-Se esiste un ragno quello siamo noi, non la vita. Siamo noi a costruirci sovrastrutture che annebbiano la mente e hanno la meglio persino sulla nostra volontà. Cosa desideravi fare?-

-Ho studiato per diventare avvocato. Mi sarebbe tanto piaciuto farlo-

-Cosa te lo ha impedito?-

-Sono arrivati presto i bambini, sai… Mi ero appena laureata e qualcuno doveva pur badare loro. Due gemelli, all’improvviso, dovevo pensare solo a loro-

-È la verità o questa è la ragnatela che hai tessuto per giustificare il tuo fallimento?- 

-Beh i bimbi sono arrivati, è innegabile-

-Ma avresti potuto cercare un lavoro, magari anche dopo averli svezzati?-

-Forse sì, non lo so-

-Quanti anni hai?-

-Lo sai, 28-

-Cosa aspetti, il tuo sogno non è morto, è ancora intrappolato nella tua ragnatela. Con un bel colpo di coraggio puoi romperle. Liberalo e lascialo volare-

-Ma…-

-Silenzio, ogni “ma” è un altro filo della ragnatela, ogni “e se” un suo nodo e così non smetterai mai di infittirla. Sii libera-

-Vorrei…-

-Vuoi e puoi-

La fenice che non voleva ardere

Maxwell era alla ricerca di un nuovo calamaio per l’inizio dell’anno scolastico. Tutti in città, se avevano qualche spicciolo in più nel taschino, si recavano da Mr. Ink, il massimo connubio di eleganza e funzionalità per articoli del genere.

Fu così che il ragazzo, dai capelli rossi e con il volto costellato di lentiggini, entrò nella bottega. Si avvicinò all’alto bancone di legno, dietro al quale regnava l’assordante silenzio dell’ora del desinare. Stese il braccio sull’alta struttura in frassino e diede due rapidi e decisi colpi al campanello lì presente. Attese qualche istante, ma nessuno si faceva vivo dietro al bancone. Ripetette il gesto per più e più volte, ma nessuno lo accoglieva.

Sentì dei rumori provenire dal retrobottega e decise di seguire la scia di quelle voci per trovare qualcuno che gli desse ascolto. Spostò una pesante tenda color cenere e si trovò davanti l’anziano Mr Ink:

-Salve giovanotto, non si aspetta al bancone?- disse con tono leggermente polemico

-L’ho aspettata a lungo signore, ho anche suonato il campanello- rispose

-In tal caso mi scuso. Come vedi ero impegnato con Bennu e il mio udito non è più quello di un tempo- inkwell-2698298_960_720

Soltanto allora il ragazzo si accorse della presenza di uno strano uccello su un trespolo, dal piumaggio lungo e sfumato dall’arancio all’oro. L’animale si grattava il dorso con il becco, in un movimento avvolgente e sinuoso.

Vedendolo sorpreso, Mr Ink disse al giovane Maxwell: -Cosa c’è? Non hai mai visto una fenice?-

-No, signore- rispose con un velo di timore.

-La fenice è un uccello eterno, risorge dalle proprie ceneri, ma il mio Bennu fa eccezione, non è vero piccolino? –

-Risorge dalle ceneri?-

-Esatto, massimo dieci anni di vita, prima di ardere in un bel falò, incenerirsi e riemergere tra il fumo e la polvere, piccoli e nuovamente vivi. Così dovrebbe funzionare, ma non per Bennu. Apparteneva alla mia famiglia, ha 80 anni e mille acciacchi, eppure non vuole ardere. Ogni tanto qualche piuma prende fuoco, ma lui la spegne col becco. Ha paura di rinascere, forse gli piace troppo questa vita. Tu cosa cercavi ragazzo?-

-Un calamaio-

-Un calamaio…come ti chiami?-

-Maxwell, Mr Ink.-

-Hai fretta Maxwell?-

-No, signore-

-In quel calamaio intingerai il tuo pennino e lascerai tracce indelebili, così come farai nella tua vita. Ciò che facciamo non può essere cancellato, però si può risorgere a vita nuova come una fenice, nell’esatto momento in cui decidiamo di cambiare. Non so perché ti faccio perdere tempo con queste strambe storie da vecchio, ma ti prego di riflettere su queste parole. Non essere mai come Bennu, non aver paura di ardere e di risorgere ad una nuova vita. Non aver paura di chiudere un capitolo della tua esistenza per scriverne uno nuovo. Dai sempre speranza a te stesso perché si può cambiare la propria vita. Intingi deciso il pennino in quel calamaio, traccia solchi carichi di nero inchiostro, poi rileggili, volta pagina e scrivi ancora, se non ti piacciono. Ardi e risorgi ogni volta che ne hai bisogno! Ho tanti anni e questo mi suggerisce la vita, caro Maxwell-

-Grazie dei consigli…-

-Sì, un calamaio dicevi. Seguimi-

Quel giorno Maxwell acquistò un calamaio nuovo e collezionò tante parole da portare nel bagaglio delle verità.

La casta dei topi

Ogni anno nel distretto 47 della fogna 13 si riunivano i topi di tutte le caste per discutere sui progetti annuali comuni.

Tra lo squittio continuo di litigi da roditori, si distinguevano topi di varie specie e ognuno cercava di portare l’acqua al proprio mulino, per le cause che più gli stavano a cuore.

Non tutti, infatti, vivevano nelle stesse condizioni. Il più agiato tra tutti era il topolino da compagnia. Cibo fornito dai padroni, ruota per giocare e l’unico cruccio di vedere il mondo dalle sbarre della propria gabbia, ma d’altronde, il benessere spesso tiene imprigionati i possessori.

Poi c’era il topo di fogna, il proprietario di casa, che dal canto suo rivendicava un maggior supporto nell’accrescimento della propria fama. Era il più robusto tra i topi, grande di taglia e dall’aspetto malaticcio per colpa di ciò che la fogna gli concedeva di mangiare. mice-2209388_960_720

Sull’altra sponda della fogna 13, tutti in fila sorridenti, si erano schierati i topi di campagna, felici di spassarsela in libertà finché qualche gatto o volpe non ne faceva il pasto di giornata.

Sullo sfondo, poi, tristi e solitari c’erano le cavie. Ad ogni grande comizio dei topi erano sempre diverse. Molte erano ancora così piccole da capire a stento dove si trovavano. Altre erano state lobotomizzate o avevano contratto malattie umane per la ricerca. C’era cavia James, ad esempio, che non riusciva a stare un attimo fermo.

In prima fila, invece, petto in fuori, c’erano i topi attori: Stuart Little, Jerry, Mickey Mouse con la signora Minnie, chef Remy, Gigio, Bianca e Bernie, Fievel, Speedy Gonzales, Geronimo Stilton e altri volti meno noti.

Insomma, ogni topo in quella fogna aveva le sue caratteristiche e profonde differenze dagli altri. Dai ricchi topi da copertina alle piccole cavie con  i giorni contati. Da chi  viveva nel buio della fogna a chi nella luce delle campagne, ma col rischio di essere divorati, fino ai nobili imprigionati, follemente persi nelle loro ruote.

Si sentivano squittire le richieste più varie in quel chiassoso comizio:

-Dignità allo sporco di fogna!-

-Basta ruote, vogliamo altri giochi in gabbia!-

-Fateci vivere, non tagliuzzate i nostri cervelli-

-Via i gatti e le volpi dalle campagne!-

-Più topi e meno uomini in tv!-

E tra un reclamo e l’altro le differenze salivano a galla come boe. In fondo è così per tutti, anche per gli umani. Ogni classe sociale reclama il meglio per sé nella cecità comune di chi non vede un’unica specie. Nell’impossibilità dei ricchi di capire i bisogni dei poveri e nell’invidia dei poveri nel capire l’umanità comune dei ricchi. Non esiste un uomo che sia uguale all’altro, ma esiste un concetto di essere umano che dovrebbe essere unico e mai lo è.

E così i topi continuavano a dibattere come uomini in una riunione condominiale, senza risolvere nulla, se non accorgersi che le differenze sociali esistono e non c’è metro che possa misurarle se non quello del sensato gusto di vivere solo ed esclusivamente la propria vita.

Se solo sapessi…

Nino aveva una età in cui iniziavano ad esistere i problemi, quelli che fino a qualche anno prima avevano risolto i grandi. Aveva l’età delle scelte, dei rimpianti, dei dubbi, dei primi amori e di pochissime consapevolezze. A quell’età Nino guardava tutti a muso storto, ma non era cattiveria, solo che per lui peggio di come stava non si poteva e si crucciava, si rodeva il fegato per questo e ogni giorno versava lacrime sul cuscino prima di dormire.

Un giorno viaggiava in metro, per raggiungere il centro, come spesso faceva. Era impossibile non incrociare gli sguardi degli altri in un posto così affollato e a Nino dava fastidio. Voleva stare chiuso nei suoi pensieri negativi e crogiolarsi in quel dolore. Tra gli spintoni della metro urtò per sbaglio il bastone da passeggio di un anziano. Nino era scontroso, ma estremamente educato e immediatamente disse:

-Mi scusi signore, non volevo…-Milano_metropolitana_Villa_San_Giovanni

-Non si preoccupi giovanotto, c’è così tanta gente qui dentro che è impossibile cadere- rispose scherzosamente.

Nino accenno un sorriso, ma era così falso che a confronto il bacio di Giuda poteva sembrare vero. Fu per quello che l’anziano col bastone gli chiese:

-Giornata storta ragazzo?-

-No, signore-

-Come ti chiami?-

-Nino-

-Sai, anche io ho avuto la tua età. Tutto è triste e buio e non c’è niente che possa andare peggio, non è vero?-

-Sì, signore…- rimangiandosi le parole di qualche istante prima.

-Hai visto qui quante persone ci sono? Scegline una e guardala negli occhi-

-Perché?-

-Fallo e dimmi cosa ci vedi-

Iniziò a fissare lo sguardo di una donna che teneva un bambino per mano e in braccio un neonato in fasce.

-Chi guardi?- chiese l’anziano curioso.

-La donna con i due bambini-

-Che le leggi negli occhi?-

-Che ha una famiglia e ha realizzato ciò che voleva, quindi senz’altro ha più motivi per sorridere rispetto a me-

-E se fosse vedova? E se quei figli dovesse crescerli da sola? Il cappotto del bambino ti sembra di prima mano? Oppure in questa metro credi che nessuno abbia un problema?-

-Anche io ne ho uno e non è da meno-

-Assolutamente, hai ragione, ma dici bene: “anche” tu. Ti sei mai soffermato a fissare lo sguardo della gente che ti circonda? A guardare la loro camminata, le rughe sul viso e la curva delle labbra? Guardandoti intorno, probabilmente ti accorgerai che non esiste una persona priva di problemi, che non si è soli, l’importante è affrontarli con coraggio e dignità. Tira su quel capo e affronta i tuoi problemi, non è facile, ma non impossibile. Pensa che tocca farlo a tutti, non solo a te-

-Ha ragione signore, il giorno in cui imparerò a comprendere l’altro dal suo sguardo, avrò risolto metà dei miei problemi, perché essi nascono dal confronto con chi credo che stia meglio di me-

Ad occhi chiusi

Ci sono due motivi per cui una donna può chiudere gli occhi davanti al proprio uomo: perché si fida ciecamente o perché ne ha paura. A tal proposito è bene, dunque, distinguere tra uomini e maschi gli individui che le donne si trovano di fronte.

Partendo dal concetto che amare non è possedere, risulterebbe naturale chiudere gli occhi per gettarsi sicura nelle braccia del proprio amato.

Si potrebbe creare una storia ad hoc su questo tema, ma questa volta non ce n’è bisogno, perché la cronaca ce ne fornisce una al giorno e allora questo, più che un racconto è un semplice momento di riflessione.

Gli uomini sono coloro che donano alla propria metà il dovuto rispetto, rispetto della persona, della figura di amata e soprattutto del concetto di amore. I maschi sono coloro che nella donna vedono solo quell’animale da compagnia da tenere al guinzaglio, utile soltanto per dar sfogo alle proprie pulsioni. In realtà se in questo tipo di coppia un animale esiste, è l’uomo che non si distingue da una bestia se sente la necessità di usare violenza e vessazioni sulla donna, pur di affermare la propria “proprietà”.

Sarebbe, dunque, lecito chiedersi: nasciamo uomini o maschi? Paradossalmente credo che nasciamo maschi, ma soltanto nell’eventualità in cui vivessimo in uno contesto selvaggio, potremmo confermarci tali. Basta il primo abbraccio della mamma e il calore dell’amore a renderci immediatamente predisposti a diventare uomini. 345_200_5_hand_1832921_640_10

Allora perché alcuni restano maschi? Beh, la vita di ogni uomo è diversa, così come i modi di pensare, di agire sono frutto della crescita interiore che ogni individuo percorre. Eppure, non esiste una giustificazione, perché essere maschi, nel senso che stiamo utilizzando, è uno status che può essere modificato applicando quel sano dono che possediamo che è la ragione.

Non diventa più una semplice questione di carattere. Non si tratta di essere più o meno simpatici, più o meno disponibili, più o meno irascibili. Si tratta di aver perso la natura di uomo, in possesso di una dignità e di una coscienza tale da vedere il rispetto della donna che ama come qualcosa di naturale e, oserei dire, scontato.

Esiste un altro aspetto della discussione che ritengo interessante. È ovvio e naturale che le donne combattano per il loro status di individui liberi e degni di essere trattati con amore, ma la lotta sarebbe più proficua se al loro fianco ci fossero gli uomini. Se fossero gli uomini ad umiliare il becero “diritto di proprietà” che i maschi pretendono di possedere, sarebbe forse più di impatto, perché da animale capirebbe che nemmeno il proprio simile ne condivide l’atteggiamento.

La violenza sulle donne è soltanto un atto di vigliaccheria senza se e senza ma.

 

Disegnate il tempo

Era una giornata di scuola qualunque e la maestra Margherita chiese ai bambini di immaginare il tempo e di disegnarlo.

I piccoli allievi, incuriositi dall’idea, si misero immediatamente all’opera. Dopo circa mezz’ora avevano completato tutti il loro lavoro.

Molti lo avevano tratteggiato come un anziano con la barba lunga e la maestra incuriosita chiese:

-Perché il tempo vi ricorda un uomo anziano?-

Dopo aver alzato la mano, un bambino rispose:

-Perché esiste da tanto, da sempre, non può che essere vecchio-

-Bella risposta, e tu, Lidia, cosa hai disegnato?-

-Un orologio-

-Questa è abbastanza semplice da capire, cosa può descrivere il tempo meglio dello scorrere delle lancette?-

-Michele e tu?-

-Io ho disegnato un fiume, perché scorre via come il tempo-

-Risposta molto poetica e filosofica, bravo, il fiume è un’ottima rappresentazione-

-Avanti, continuiamo, tu Mattia?-

-Una vecchia radio, perché ci si può sintonizzare su varie frequenze, come quando si viaggia nel tempo-

-Risposta fantasiosa, ma interessante-

-Sergio, tu?-

-Maestra io ho disegnato una banconota-

A quella risposta tutti iniziarono a ridere, perché non trovavano il nesso con quella rappresentazione.

-Perché Sergio, a cosa hai pensato?-

-Si dice che il tempo è denaro…- e le risate continuarono più di prima.

-Bambini!- urlò la maestra Margherita per riportare l’ordine.7214596024_61f5493f1f_b

-Forse senza volerlo, ma Sergio ha dato una delle migliori rappresentazione del tempo. Il tempo è la moneta con cui acquistiamo ogni giorno della nostra vita. Pensateci, senza soldi non potreste comprare quegli astucci che avete sui banchi o i vestiti che indossate. Allo stesso modo, senza tempo non vivremmo, è il prezzo da pagare per vivere. Come ogni somma di denaro che si rispetti, ognuno di noi ne possiede una quantità limitata, un patrimonio più o meno ricco che nessuno conosce a priori. Quando finisce il nostro tempo finisce la nostra vita, ma la moneta continua a circolare per l’eternità nelle tasche degli altri. Per questo, come i vostri genitori vi suggerirebbero di non sperperare del denaro per cose futili, io vi dico: usate bene il vostro tempo. Abbiate la saggezza di sfruttare nel modo migliore la vostra dote limitata. Per tutti, la vita ha lo stesso prezzo, ma ognuno di noi può aumentarne il valore. Ragazzi miei, vivete con coscienza.

Ad ogni modo avete fatto tutti un ottimo lavoro, fate pure pausa ora, ve la siete meritata-